Liberi di educare. Liberi di costruire - Julián Carrón

Liberi di educare. Liberi di costruire

Julián Carrón Tracce

4/1/2006 - Primo piano - 20 anni di CdO

Appunti dall’intervento di don Julián Carrón all’Assemblea generale della Compagnia delle Opere. Fieramilanocity, 18 marzo 2006


«Liberi di educare, liberi di costruire». É possibile? É possibile una libertà vera o la libertà è una chimera? In un mondo globalizzato è veramente possibile la libertà, al di là delle nostre intenzioni? Siamo qualcosa in più di un pezzo di un gigantesco meccanismo? C'è possibilità reale di educare e di costruire? Tutto dipende dalla nostra concezione ed esperienza dell'essere uomini. Nella pratica della vita tanti uomini vivono incastrati nelle diverse circostanze, senza sapere come liberarsi. Per tanti la libertà è quasi un sogno. Ma è questa l'unica possibilità di vivere? Essere incastrati nelle circostanze? Che cosa ci impedisce di diventare un pezzo di un immenso ingranaggio? Soltanto una cosa che tutti noi abbiamo: le esigenze costitutive del nostro io. «Il crinale tra la schiavitù e la libertà», disse anni fa don Giussani, «è, per la tradizione cristiana, l'esistenza di un nucleo nell'individuo che non può essere ricondotto ai suoi antecedenti bio-storici. Questo nucleo si palesa esistenzialmente come un complesso di esigenze profondamente unitarie alla loro radice, un complesso di esigenze fondamentali che hanno come caratteristica una insoddisfacibilità strutturale» (L'io, il potere, le opere, Marietti, Genova 2001, p. 44). É questo che impedisce che l'uomo sia ridotto ai suoi antecedenti biologici, psicologici, sociologici; perciò il tentativo di ridurre l'io a qualcuno di questi fattori fallirà sempre. Certo, questi fattori possono incidere su di me, ma non mi determinano al punto da ridurmi in balia di essi. L'uomo non può essere mai ridotto a un pezzo di ingranaggio delle circostanze interne o esterne e perciò può sempre emergere al di sopra di esse, dei propri sentimenti, dei propri stati d'animo, di tutti i tentativi di ridurre l'uomo a qualsiasi di essi. Queste esigenze, perciò costituiscono la possibilità e il fondamento della libertà. Sembrano quasi niente di fronte a tutto questo immenso ingranaggio, ma se uno prende sul serio il proprio cuore, capisce che esso ha una potenza, una capacità di essere nel reale in un modo nuovo, diverso, perché è proprio questo che lo rende uomo: queste esigenze, infatti, sono il segno più palese che l'uomo è rapporto diretto col Mistero che lo fa. Sono così potenti queste esigenze - e hanno il carattere di non essere pienamente soddisfatte da noi stessi - che noi, poveri e limitati, non siamo in grado di darcele. É un Altro che ce le dà. É un Altro che costantemente ce le dà, e perciò questa apertura alla totalità che ci definisce come uomini, che definisce il nostro cuore, è ciò che ci impedisce di essere ridotti a un pezzo di un meccanismo. Péguy lo ha espresso con la sua genialità unica: «Questa libertà è il più bel riflesso che ci sia al mondo perché essa mi ricorda, essa mi rimanda» (Il mistero dei santi innocenti, in I Misteri, Jaca Book, Milano 1997, p. 325) a Colui che mi fa. La libertà finita, cioè creata, rimanda alla libertà infinita. La libertà infinita è all'origine della mia libertà, perciò vedere nell'uomo questo rapporto con Dio, riconoscere che l'uomo non nasce tutto quanto dalla biologia del padre e della madre, che nell'uomo esiste qualcosa che è rapporto diretto col Mistero, con l'Infinito come sorgente di tutto, è questo che conferisce dignità al singolo uomo, che obbliga a un rispetto di fronte al quale non c'è potere che tenga. Perciò non c'è un'altra ragione della dignità dell'uomo. É questo rapporto col Mistero che impedisce qualsiasi riduzione.
Amare questo Mistero che c'è in noi, queste esigenze che ci costituiscono, stabilisce la possibilità di amare la libertà. Occorre un amore alla libertà, come scriveva l'autore francese Bernanos, perché sempre in balia del nostro disimpegno. «La maggiore minaccia per la libertà», diceva «non sta nel lasciarsela togliere - perché chi se l'è lasciata togliere può sempre riconquistarla -, ma nel disimparare ad amarla» (Rivoluzione e libertà, Borla, Roma 1963, p.16).
Imparare ad amare le nostre esigenze, il nostro cuore, imparare ad abbracciare, ad affezionarci al nostro cuore è l'unica possibilità vera, reale di una libertà possibile. Quando si rinuncia a questo, è allora che si comincia a essere a rischio. Diceva una filosofa spagnola che mi piace molto, María Zambrano: «L'uomo si trova di nuovo incatenato alla necessità, ma ora per decisione propria e in nome della libertà: ha rinunciato all'amore [a queste esigenze, a questo complesso di evidenze ultime che è il cuore] a vantaggio di una funzione organica, ha scambiato le sue passioni con dei complessi, perché non vuole accettare l'eredità divina credendo con ciò di liberarsi dalla sofferenza, dalla passione che tutto il divino soffre in mezzo a noi e dentro di noi» (L'uomo e il divino, ed. Lavoro, Roma 2001, p. 236). È questa rinuncia ad amare quello che viene dato alla nostra natura dal Mistero che ci fa, che mette a rischio veramente la libertà, come ricorda un grande della letteratura russa che ha vissuto sulla propria pelle la tentazione del potere di togliere la libertà: «La vita», dice Grossman, «è la libertà e perciò morire è l'annientamento progressivo della libertà per prima cosa si allenta la coscienza e poi si offusca; i processi di vita in un organismo la cui coscienza sia svanita sussistono per qualche tempo, la circolazione del sangue, la respirazione e il metabolismo continuano ad effettuarsi. Ma è un'inevitabile la ritirata verso la schiavitù [se uno non continua ad amare, comincia l'inevitabile ritirata verso la schiavitù]: la coscienza si è spenta, il fuoco della libertà s'è spento... La libertà consiste nell'irripetibilità. Il riflesso dell'universo nella coscienza di un uomo è il fondamento della sua potenza, ma la vita si trasforma in libertà solo se l'uomo esiste come persona» (Vita e destino, Jaca Book, Milano 2005, p. 551). Questa è la condizione della libertà. Perciò l'unica possibilità sta nell'accettare - come dice María Zambrano - questa eredità divina in cui consiste la libertà. In primo luogo, perché solo il Mistero può destare in noi questo desiderio, queste esigenze infinite; e poi perché è l'unico in grado di compierle. Perciò la libertà, paradossalmente, malgrado la mentalità che oggi ci troviamo intorno, non è assenza di legami, ma è adesione all'Essere, al Mistero che ci fa, al Tu reale e misterioso da cui sono fatto in questo preciso istante. Altrimenti sono un sasso travolto dalle circostanze. È nell'accettare questo legame che sta la possibilità della libertà. Per questo, diceva sempre don Giussani, «la religiosità cristiana sorge come unica condizione dell'umano. La scelta dell'uomo è:o concepirsi libero da tutto l'universo e dipendente solo da Dio, oppure libero da Dio, e allora diventa schiavo di ogni circostanza» (All'origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, p. 108). Questa è la scelta che tutti abbiamo davanti ogni mattina, quando cominciamo la nostra giornata; prima di qualsiasi azione, prima di qualsiasi tentativo, all'origine di ogni cosa, di ogni nostra mossa c'è questa scelta. Possiamo esserne consapevoli o meno, ma tutto quello che facciamo dipende da quello che abbiamo scelto all'inizio: «Senza il riconoscimento del Mistero la confusione avanza [lo vediamo oggi] e - come tale, a livello della libertà - la ribellione avanza, o la delusione colma talmente la misura che è come se non si attendesse più niente e si vive senza desiderare più niente» (L. Giussani, Tutta la terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, p. 124).
È questa la sfida che ogni uomo ha davanti al suo cuore ogni istante: il riconoscimento di quelle esigenze fondamentali che ci costituiscono e che ci costringono a riconoscere il Mistero, se questo è accettato da ognuno di noi oppure no. In tutto il resto, noi lo sappiamo, anche in tutte le cose che facciamo, possiamo rimanere incastrati e soltanto qualche volta riusciamo a confessarcelo. Qualsiasi cosa facciamo insieme, qualsiasi struttura realizziamo insieme, deve servire questa struttura umana che chiamiamo "cuore", questa struttura che noi abbiamo addosso. Il potere cerca ogni volta di ridurre le esigenze fondamentali dell'io per tentare poi di "rispondere" ad esse, così ridotte. Perciò tante volte il popolo lo sente nemico, perché il potere si disinteressa assolutamente di queste esigenze elementari che ci costituiscono, infatti pensa solo ad automantenersi. Una struttura che abbia a cuore la passione per l'uomo deve servire quello che ogni uomo è. Questa è la grande sfida che noi abbiamo davanti oggi: la libertà di educare. "Liberi di educare", perché senza una compagnia di uomini che ci sostengano, che ci educhino a quello che noi siamo, è impossibile all'uomo fare la strada in un modo umano. L'educazione - ci è stato sempre insegnato - come introduzione al reale, alla totalità del reale, al senso della realtà, al senso del nostro io, come introduzione al fondo ultimo del reale che si chiama Mistero, è un richiamo continuo affinché il Mistero diventi familiare e noi possiamo trovare nel riconoscimento del Mistero quella tenerezza che ci consente di abbracciare noi stessi e qualsiasi uomo.
Questa è la sfida che abbiamo davanti, oggi che il deserto avanza: la capacità di educare uomini all'altezza dei loro desideri, capaci di offrire una risposta a questi desideri, capaci di offrire una risposta di senso al reale. Siamo stati bravissimi a fare tante cose, ma oggi vediamo che non siamo stati così bravi a trasmettere il gusto del vivere, una ragione adeguata per vivere, una passione per il vivere. Siamo davanti a tanti segni di questo. Tanti di voi sono preoccupati per i loro figli. Non è una battuta, non è un pallino la questione della educazione. A quanti di voi, se siete uomini, al di là delle cose che fate, delle ditte che siete in grado di fare, quando guardate i vostri figli non vengono i brividi pensando: "Che cosa sarà di loro?". Tante volte noi possiamo fregarcene di noi stessi, ma un padre, quando guarda il figlio, non può non sentire quella vibrazione, quella commozione davanti al suo destino. Questa è la ragione ultima di un'educazione: offrire al figlio la possibilità di vivere la vita con un senso, con dignità con passione, così che non sia soltanto la strada allo scetticismo e al nichilismo. Per questo noi abbiamo a cuore la capacità, la libertà di educare, anche perché senza educazione la seconda frase del nostro tema di oggi - "Liberi di costruire" - é impossibile. Senza un'educazione adeguata, nessuno rischia, nessuno costruisce niente. «Se la dignità dell'uomo viene da quel nucleo originario che non deriva da suo padre, da sua madre, dal coagulo degli antecedenti di cui essi sono funzione e strumento; se la dignità dell'uomo sta nel rapporto con un quid ultimo, che si condensa e si esprime in esigenze e desideri infiniti; se, quindi, una convivenza sociale deve, innanzitutto, partire nel rispetto dell'identità altrui, queste esigenze, questi desideri stimolano l'uomo a organizzare strutture che siano risposte a questi desideri e a questi bisogni. Essi, infatti, tanto più stimolano l'uomo quanto più è intensa la coscienza delle esigenze del desiderio» (L'io, il potere, le opere, pp. 47-48). È questo che porta a creare delle opere - come fate voi - come tentativo di risposta a questa struttura dell'uomo, a questo desiderio dell'uomo. È per questo che avete il diritto di esistere e la società ha bisogno di gente come voi, perché un vero governo di popolo che ha a cuore il popolo, deve favorire queste realtàcome ci ha ricordato ancora papa Benedetto XVI nella enciclica: «Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà le iniziative che sorgono dalla diverse forze sociali e che uniscono spontaneità vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto» (Deus caritas est, n.28).
Questa è la sfida che avete davanti. Una struttura come la Compagnia delle Opere ha senso se è al servizio dell'uomo, se nasce ogni istante come passione per l'uomo. Perciò il passo richiesto all'associazione nel suo complesso, quello di approfondire la coscienza - da cui è nata la CdO - dell'io così come lo abbiamo imparato a concepire, come siamo stati chiamati a viverlo. Il rischio che si corre sempre è quello di fare un'interessante associazione di imprenditori, che forse offre qualche nuovo servizio, ma è realmente una cosa nuova? È una cosa, questa vostra associazione, che veramente, in tutto quello che fa, ha a cuore l'uomo? Non bastano la quantità di servizi, ma occorre una qualità che abbia come scopo la cura della persona, perché questa è stata l'origine della CdO fin da quando don Giussani domandava: «Come possiamo aiutare i nostri amici a vendere il vino di Alcamo?». Non c'è stata altra origine che non fosse la risposta al bisogno di un uomo, perché c'era stato un uomo che aveva guardato un altro uomo in modo vero. Questa è la sfida. Noi abbiamo incontrato un umano che guarda l'altro uomo così. Vi auguro che la vostra associazione diventi ogni volta di più un fenomeno di popolo e questo si vedrà perché sarà sentita dal popolo come sua, come una associazione che ha a cuore il destino di ognuno.

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