Cristiano, cioè discepolo di Gesù Cristo - Julián Carrón

Cristiano, cioè discepolo di Gesù Cristo

Julián Carrón Tracce

4/1/2006 - Chiesa - Relazione d'apertura

Proponiamo alcuni brani dell’intervento di don Julián Carrón che ha aperto i lavori del convegno di Bogotà

L’aspetto più urgente del momento attuale è proprio la permanenza della fede. Siamo sempre più coscienti del fatto che la domanda di Cristo non è assolutamente retorica; esiste realmente il rischio della perdita della fede e della percezione del suo significato per la vita quotidiana: il rischio concreto che la fede in Cristo perda progressivamente di significato nella vita di tante persone. (…)
Oggi siamo più coscienti della vera natura della crisi. Non è sufficiente parlare di Nuova Evangelizzazione senza domandarsi quale sarà il soggetto che dovrà portarla a buon fine. Ritenere di poterlo dare per scontato sarebbe ingenuo e illusorio: sono tanti, infatti, gli uomini e le donne dell’America Latina che credono di sapere cosa sia il cristianesimo e che non hanno la minima curiosità di conoscerlo veramente. E per attrarli alla fede non è sufficiente né una strategia di comunicazione, né una maggiore formazione o una maggiore vita interiore, ma il punto di partenza deve essere risvegliare l’interesse per Gesù Cristo e per il suo Vangelo. (…)
Possiamo contare su un alleato. Tutte le difficoltà che l’uomo di oggi sperimenta non riescono a strappargli dal cuore la speranza della pienezza umana. È la natura stessa del cuore che ci sprona a sperare, anche se spesso le difficoltà di trovare risposte ci fanno dubitare della reale possibilità di un esito positivo. L’uomo di oggi prenderà sul serio la proposta cristiana, se la percepirà come una risposta significativa al grido che sorge spontaneamente dal suo bisogno umano. La sfida che dobbiamo affrontare nell’annuncio, quindi, consiste nel vivere il contenuto della fede in modo da dare risalto alla sua rilevanza antropologica, cioè la sua sovrabbondante risposta alle esigenze proprie del cuore.
Il disinteresse di cui stiamo parlando non riguarda solo la fede cristiana, ma si estende a tutta la realtà. La vera portata del dilemma di fronte al quale ci troviamo è stata efficacemente identificata dalla filosofa spagnola María Zambrano: «Ciò che è in crisi è il nesso misterioso che unisce il nostro essere con la realtà, che è così profondo e fondamentale da essere il nostro più intimo fondamento». Se la realtà è il sostegno dell’io, è facile comprendere quanto possa essere grave una situazione in cui è addirittura il nesso con la realtà a essere in crisi. Priva di una relazione con una realtà in grado di suscitare un interesse, la persona, per conseguenza inevitabile, sperimenta l’assenza di desiderio. Il nulla non risveglia alcun interesse. Questo è il nichilismo così diffuso oggi. (…)
L’io si risveglia perché la realtà lo attrae. Ci scopriamo interessati quando davanti a noi appare qualcosa che ci affascina e attira, strappandoci dalla nostra apatia. Come ci ricorda la Fides et ratio, l’avventura umana nasce dallo stupore suscitato nell’uomo dal reale: «L’essere umano è colto dallo stupore nello scoprirsi inserito nel mondo, in relazione con altri suoi simili dei quali condivide il destino». Se nascessimo in questo istante, con la coscienza che abbiamo ora, e, aprendo per la prima volta gli occhi, la prima cosa che vedessimo fosse l’Everest, resteremmo soggiogati dallo stupore, ci “accenderemmo” affascinati dalla presenza della realtà. (…)
Però, davanti all’imponenza della realtà, non rimaniamo indifferenti, ma, al contrario, la sua presenza ci mette in movimento. (…)
Di fatto l’uomo, se non interrompe il dinamismo che la realtà mette in moto in lui e non si separa da essa tagliando il vincolo che li unisce, è inevitabilmente chiamato a dare una risposta alla sua domanda di totalità, perché quanto più indaga il reale, tanto più fa esperienza del mistero. (…)
Interrompere la dinamica messa in moto dalla realtà, ha come conseguenza la perdita della parte migliore della realtà stessa, che porta sempre alla profondità oltre l’apparenza, e la vita appassisce tra le mani. (…)
Solo Dio risponde all’esigenza di totalità del cuore umano. (…)
E una “vaga religiosità” non è in grado di risvegliare il soggetto. L’esempio più eclatante sono le sette: esse non sono in grado di risvegliare la ragione e la libertà dell’uomo che vi prende parte, al punto di generare una mentalità e un affetto nuovi. È come quando uno è in attesa di vedere svelato il volto della persona amata: finché questo gli è sconosciuto, la persona si comporta a suo piacimento. Solo quando la persona amata appare l’uomo ha la chiarezza e l’energia affettiva necessaria per un’adesione che implichi tutto il suo io e che permetta all’uomo di “essere” veramente con tutto il suo essere. (…) Per questo ha ragione Montale quando dice: «Un imprevisto è la sola speranza».
L’imprevisto è avvenuto in Gesù Cristo, il Verbo incarnato. Con Lui il Mistero è entrato nella storia diventando compagno dell’uomo, proponendosi come risposta alla sua esigenza di felicità: chi lo segue, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna (cfr. Mt 19,29). L’uomo di oggi si interesserà al cristianesimo se questo sarà in grado di mantenere la promessa fatta e riuscirà a strapparlo dal letargo in cui si trova. Il cristianesimo è chiamato a mostrare la sua verità nel terreno della realtà. Se coloro che entrano in contatto con esso non sperimentano la novità che promette, rimarranno certamente delusi.
La disgrazia è che molti di quelli che si avvicinano ancora alla Chiesa alla ricerca di una risposta si trovano di fronte a versioni riduttive del cristianesimo. (…)
Per molti cristiani, il cristianesimo è più nozionistico che reale: un insieme di nozioni tradizionali senza riferimento alla vita reale. Possiamo immaginare l’interesse che potrà rivestire questo cristianesimo, ridotto a cornice nozionistica e tradizionale, per l’uomo che vive nella realtà, che si dibatte nel dramma del vivere quotidiano. (…)
La mancanza di esperienza personale dell’avvenimento cristiano rende l’uomo incapace di comprenderlo. (…)
Come ci ha recentemente ricordato il papa Benedetto XVI: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito». In luogo di nozioni astratte, il dramma di un Dio che in Gesù Cristo si coinvolge con l’umanità sofferente fino a dare la sua vita per essa. (…)
Altro errore di non minore diffusione, è la riduzione del cristianesimo a etica, a valori. È una tentazione antica: già sant’Agostino lo rimproverava ai pelagiani: «Questo è l’orrendo e occulto veleno del vostro errore: che pretendiate di far consistere la grazia di Cristo nel suo esempio, e non nel dono della sua Persona». Però quelli che, in passato, erano casi isolati sono diventati mentalità abbastanza diffusa oggi in ragione delle vicissitudini storiche dell’epoca moderna. (…)
Lo dimostra il fatto che recentemente Benedetto XVI abbia riconosciuto che «l’idea genericamente diffusa è che i cristiani debbano osservare un’immensità di comandamenti, divieti, principi e simili, e che quindi il cristianesimo sia qualcosa di faticoso e oppressivo da vivere, e che si è più liberi senza tutti questi fardelli. Io invece vorrei mettere in chiaro che essere sostenuti da un grande Amore e da una rivelazione non è un fardello, ma sono ali».
Non furono nessuna di queste due versioni, nozionistica o etica, quelle che risvegliarono l’interesse per il cristianesimo 2000 anni fa, o 500 anni fa per voi, né lo saranno ora per noi, né per i nostri contemporanei, e nemmeno per coloro che già si sentono cristiani. Il cristianesimo riuscirà a interessarli solo se avviene qualcosa di imprevisto che apporti una novità alla vita e fornisca le ali per vivere. Come ci ha ricordato Benedetto XVI nella sua prima enciclica Deus caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». (…)
Nessuna argomentazione può convincere qualcuno che Cristo è ancora presente, se questi non lo riconosce con la sua esperienza. (…)
Gesù non nega a nessuno la libertà. È la promessa del centuplo che la convince a seguirlo. Nessuno può cambiare il metodo che egli stesso ha scelto. Per questa ragione la comunità cristiana ha condensato in queste parole tutta la Tradizione apostolica: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1Gv 1,1-4). La convinzione della Chiesa si offriva alla ragione e la libertà di coloro che la incontravano come un’ipotesi da verificare, perché potessero, verificandola, scoprire la loro verità, di modo che un giorno potessero affermare ciò che dissero i compaesani della samaritana che aveva loro parlato di Gesù, dopo la loro verifica personale attraverso la convivenza con lui: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito» (Gv 4,42).
Senza il rischio della libertà, cioè della verifica della verità cristiana nella vita, non si raggiungerà mai una certezza degna della fede. Abbiamo avuto troppa paura di questa verifica della fede. (…)
Non è strano che molti l’abbandonino senza pensare di stare perdendo qualcosa di interessante. Com’è diversa l’audacia di Gesù che scommette tutto sulla libertà pura, sfidando i suoi quando tutti lo abbandonano! «Forse volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67), li inchioda nell’impegno verso la loro ragione e della loro libertà.
Per poter portare a termine questa verifica della Tradizione cristiana oggi è necessario un requisito indispensabile: che si possa incontrare Cristo nel presente. (…)
In questo momento, in cui il disfacimento dell’uomo avanza, e non esistono istanze educative veramente in condizioni di generare questo soggetto, la Chiesa ha l’opportunità di mostrare il suo vero volto, la potenza della vita che le scorre nelle vene. Basta che non tradisca la sua autentica natura e testimoni il cristianesimo come un avvenimento capace di interessare l’uomo tanto da dargli una coscienza di sé e della realtà tale da trasformarlo in vero protagonista della storia.

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