Appunti dalla sintesi - Julián Carrón

Appunti dalla sintesi

Julián Carrón Tracce

9/1/2001

È difficile trovare una descrizione più precisa di quello che abbiamo vissuto insieme in questi giorni di questo pezzo del profeta Ezechiele che abbiamo appena recitato insieme: «Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati. Io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; io vi darò un cuore nuovo perché metterò dentro di voi uno spirito nuovo: toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere. Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».

Se ci guardiamo intorno - e non possiamo non guardare, perché la prima lealtà con quello che ci è accaduto è guardare, il primo cambiamento del cuore è guardare, vedere, vedere quello che è successo, quello che Colui che ci ha radunati qui da tutte le parti del mondo ha fatto e fa in mezzo a noi, fino a cogliere l’origine ultima di quello che noi vediamo: Lui, Lui all’opera in mezzo a noi -; se ci guardiamo intorno, che cosa vediamo? Un gruppo di persone come te, come me, con limiti e difetti come noi, nient’altro; ma - io non so come, non so se tu sai come - stando qui, in questo luogo, con queste persone, qualcosa ci fa diventare più noi stessi. Questo essere qui, questo stare qui ci fa diventare più noi stessi, più di tutti i nostri tentativi, più di tutti i nostri sforzi. Ma come mai? Come mai capita questo? Noi non sappiamo come spiegarlo e non possiamo non riconoscere questo mistero: è allo stesso tempo una cosa che non sappiamo spiegare e che c’è - c’è -, e noi, tu quanto me, sappiamo che c’è, sappiamo cosa è successo, sappiamo, per dirla con Ezechiele, che è accaduto un cuore nuovo, un “io”: un cuore di pietra (un meccanismo, come diceva Cesana in questi giorni) è diventato un cuore di carne, destato, lanciato, aperto, una persona. È come se queste parole acquistassero un peso diverso: “persona”, “io”.

Che cosa vediamo all’opera? Il Mistero - il Mistero che entra in un luogo preciso, in un gruppo di persone come noi, e chiama la nostra vita, come ognuno di noi sa (non possiamo spiegare come mai capitano queste cose, ma capitano): un Avvenimento che è vocazione, che chiama, che desta l’io. Appartenendo a questo popolo, a questo luogo, misteriosamente e realmente capita qualcosa di nuovo, che è sproporzionato alla somma di tutti noi: e si capisce benissimo che l’io è veramente io per questo rapporto col Mistero, con il Mistero presente. Già la sua natura, la sua ontologia, è rapporto col Mistero; ma è soltanto in un luogo come questo, in un popolo come quello ebraico, in un popolo come quello della Chiesa, in un popolo come il nostro, che si rende possibile e familiare, per ognuno di noi, vivere il proprio io come rapporto col Mistero. Perché senza il Mistero presente - tutti lo sappiamo bene - l’io diventa quasi pietra, quasi meccanismo, quasi un sasso travolto dal torrente delle circostanze, dei rapporti.

Questo è il cristianesimo. Non è un’altra ideologia, non è un altro discorso: è questo avvenimento della persona, reso possibile dalla presenza misteriosa del Mistero, di qualcosa che non possiamo definire, ma c’è, sappiamo bene che c’è.

Perché davanti a tale presenza tante volte sentiamo come una resistenza, come un tentativo di difenderci, come un’incapacità di aderire? Una misteriosa incapacità, che don Giussani ci ricorda ogni volta che parla (mi impressiona che non vi è mai occasione in cui la salti; nemmeno quando ha dovuto parlare davanti a tutta la Chiesa, l’ha dimenticata: «L’infedeltà sempre insorge nel nostro cuore, anche di fronte alle cose più belle e più vere, in cui, davanti all’umanità di Dio e alla originale semplicità dell’uomo, l’uomo può venire meno per debolezza e preconcetto mondano, come Giuda e Pietro»), e che rivela l’imperfezione di ogni gesto umano. Questo è il realismo, il realismo della Chiesa, il realismo di don Giussani, che non salta mai questo fattore che mette in pericolo la nostra adesione, l’adesione a quest’opera del Signore che ci fa diventare veramente noi stessi!

Che cos’è quest’incapacità, quest’impossibilità che tante volte sperimentiamo, quest’infedeltà che sempre insorge? Non è un’incapacità psicologica o morale: è un’incapacità che storicamente ci definisce. Perciò Gesù dice: «Senza di me, voi non potete far nulla». Non dobbiamo arrabbiarci per questo: è un dato del nostro io storico, che non possiamo superare da soli e che mette in pericolo il fatto che la vita diventi un cammino. Una volta dopo l’altra, uno deve fare i conti con questo dato. È come una paralisi: la mano è fatta per prendere il bicchiere, per sostenerlo, ma ha come una malattia, non riesce, e il bicchiere cade a terra. C’è una incapacità, una mancanza di energia ultima, una paralisi che mette in pericolo il cammino. Pensiamo a quante volte diciamo: «Ma io sono così o così», come chi è schiacciato dalla sua incapacità, dal suo male; e questa misteriosa condizione tante volte ci confonde, introduce di nuovo la confusione. Chi di noi non ha pensato: «Questa storia è bella, molto bella, ma io non riesco; questa storia è bella, ma…» (a me viene in mente quando sono dietro il tavolo, e mi dico: ma io di che cosa devo parlare qui?)? Davanti a questa incapacità il Mistero non si ferma, mai, e si rivela ancora (il Mistero) come la cosa più misteriosa: che cosa c’è di più misterioso del fatto che, davanti al mio male, davanti alla mia incapacità, davanti ai miei errori, qualcuno venga e mi dica: «Sono con te, conto su di te, la cosa non si può fare senza di te. Lo so, lo so, so tutto: ma tu mi ami?»?

Senza questa presenza storica tra di noi, senza uno sguardo così su di sé, uno si blocca; invece da qui si riparte, si riparte ogni volta. La vita può essere un cammino solo se qualcuno mi guarda di nuovo e mi rilancia. E questo veramente è misterioso. Che uno ti ami all’inizio è comprensibile, ma che uno ti ami quando sa tutto, che uno abbia per te un affetto incondizionato malgrado tutto, è la cosa più corrispondente, la cosa che noi desideriamo di più e, allo stesso tempo, la cosa più misteriosa. Ma è questo che svela la natura ultima del Mistero. Dovrebbe essere sempre così, poiché noi siamo un bisogno ultimo e profondo di questo abbraccio, ma normalmente ciò non avviene; perciò quando capita, è veramente eccezionale, tanto è vero che uno si sorprende, fino al punto che si dimentica della sua incapacità, perfino dei suoi peccati, come colpito dal fatto che ci sia qualcuno che guarda la sua vita così: gli viene una commozione irresistibile.

Per questo, la misericordia è il culmine della Rivelazione e, allo stesso tempo, è il culmine del Mistero: vediamo cos’è il Mistero, ma non per questo è più chiaro, nel senso che lo possediamo meglio; è più misterioso. Lo stupore del perdono, della misericordia, è ancora più grande dello stupore dell’inizio.

Davanti alla misericordia uno non ha nessuna ragione per difendersi. È questo avvenimento che è vocazione. Niente chiama in causa la nostra vita come l’avvenimento della Sua misericordia: neanche i nostri limiti sono obiezione. È un gesto di misericordia che vince, vince perfino la mia incapacità: non so come, ma tutta la mia simpatia umana è per Te, Cristo; non so come, ma tutto il mio essere è per Te. È un’esperienza di adesione, di libertà, che - come abbiamo detto anche nelle Lodi - può essere solo opera dello Spirito: «Dov’è lo Spirito del Signore, c’è libertà». Nessuno può dire «Gesù è il Signore», se non per opera dello Spirito Santo. Per questo don Giussani dice, citando santa Teresina del Bambin Gesù: «Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me»; o, come ci ha detto l’altro ieri al Consiglio Internazionale: «Tutto, tutto nella vita è opera del Signore, e va quindi vissuto a lode di Dio nel mondo, cioè a lode di Cristo, perché Cristo è il Signore, come lo Spirito è il Signore».

Da qui, dalla gratitudine, da questo misterioso cambiamento che accade in noi senza che sappiamo come, sorge un’opera che non è frutto della nostra generosità, ma di quella gratuità ultima che è opera di un Altro («Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me»).

Quest’opera coincide con la missione. L’abbiamo sentito in questi giorni: Cesana parlava per esempio di quel giornalista che era diventato triste perché il Meeting finiva; monsignor Twal di coloro che, stupiti, si domandano: «Ma come mai questi vengono qui a prendersi cura della nostra gente che soffre?»: è una gratuità che diventa opera e perciò missione.

L’avvenimento è vocazione; la grande rivelazione di questo avvenimento, la misericordia, è vocazione, e quindi la vita è preghiera. Quello che abbiamo vissuto insieme, il cambiamento che abbiamo sperimentato, non ce lo diamo noi, perciò dobbiamo domandarlo. Non c’è occasione in questi ultimi tempi in cui don Giussani, parlando a tutti, non ci abbia rivolto questa indicazione: «Pregate, pregate sempre, pregate quando il Signore vi sceglie per farsi sentire, pregate Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam». Possiamo sentirlo come qualcosa che poi lasciamo cadere oppure come l’indicazione precisa di chi sa che è Dio che fa tutto, di chi ha capito che è un avvenimento che desta il nostro io: e poiché questo avvenimento non possiamo produrlo noi, dobbiamo domandarlo sempre. Uno che abbia veramente a cuore il suo io, l’io dei suoi figli, l’io dei suoi amici, l’io dei compagni di lavoro, o prega o mente, è menzogna, perché non è lui a darsi l’avvenimento che lo ridesta e lo cambia: se non domandiamo, mentiamo. Il Papa ci diceva: «Noi crediamo in Cristo, in Cristo risorto, presente qui ed ora, che può cambiare, e di fatto cambia, il mondo e la storia». Come dice il volantone di Pasqua, «Dal mistero della risurrezione una luce nuova investe il mondo e contende, palmo a palmo, il terreno alla notte».


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