L’uomo e il suo destino - Julián Carrón

L’uomo e il suo destino

Julián Carrón Tracce

10/1/2002 - Documenti

Appunti dalla lezione di Julián Carrón all’Assemblea Internazionale Responsabili di Cl. La Thuile, 27 agosto 2002

Nella situazione di confusione e di devastazione dell’umano in cui viviamo, dove l’io è ridotto a reazione, a sentimento, a un fare, diventa ancora più urgente la domanda: «Ma io chi sono? Cos’è veramente l’uomo?». Di solito, noi, saltando questa domanda, incominciamo chiedendoci: «Che cosa devo fare?». Ma nella risposta al «che cosa devo fare» è già presupposta una risposta a «chi sono io». Così partiamo, come tutti, dalla concezione della mentalità comune. È una carità quindi che uno possa partecipare a un luogo dove ci si rivolga questa domanda: «Ma tu chi sei?», «Ma io chi sono?». Perché il punto di partenza non può essere altro che l’esperienza. La cosa più importante da capire è che «la partenza per ogni definizione e, quindi, per stabilire i fattori di ogni ragionamento è l’esperienza. Le spiegazioni o i ragionamenti che per affermarsi hanno bisogno di sopprimere qualche aspetto dell’esperienza non sono veri».1

I. L’io, desiderio di felicità
Se prendo coscienza di me stesso nell’agire, non posso non riconoscere che sono desiderio di felicità: non appena apro gli occhi, al mattino, anche se confusamente, attendo qualcosa; la tristezza, come consapevolezza di una mancanza, è l’attesa di qualcosa d’altro, della felicità.

Ma la natura di questo desiderio non la decidiamo noi: possiamo soltanto riconoscerla. E anche quando riusciamo a ottenere quello che vogliamo, manca ancora qualcosa. La caratteristica di questo desiderio, infatti, è la sua inesauribilità.

Quando diamo questo per scontato, incominciamo già a correre per il cammino sbagliato. Guarda chi sei! Guarda cosa desidera il tuo cuore! Se ancora oggi uno non si stupisce di questo, non lo ha mai riconosciuto come vero. Guarda la vibrazione del tuo cuore, in un istante almeno di tenerezza verso te stesso. Già solo sentendo queste parole, uno dovrebbe avvertire questo sguardo di tenerezza su di sé: infatti, è sempre perché c’è Qualcuno tra di noi che possiamo guardare il nostro desiderio di felicità e abbracciarlo, riconoscere a che cosa siamo chiamati, destinati, riconoscere la grandezza e la verità di noi stessi.

Questo desiderio è sempre lo spunto per incominciare. «Quanti di noi si alzano al mattino guardando la giornata come un pezzo dell’avventura del desiderio della felicità?».2 Non c’è niente di più calpestato e deriso da questo mondo di questo desiderio. Che cosa blocca questa autocoscienza di me stesso? «È una mancanza di semplicità nel riconoscere il vibrare, la non misurabilità e l’infinitezza del desiderio di amore che hai».3

Anche quando il Signore ci dà questa chiarezza, c’è però in noi una «debolezza sterminata», per cui l’uomo naviga sulla soglia del nulla - come ci diceva don Giussani quando ci siamo trovati in vista di questo raduno -, per cui non rimaniamo in questa consapevolezza, slancio, vibrazione dell’io; una debolezza che è già l’inizio della morte, dell’infelicità, e che, con la nostra connivenza, diventa conformismo. Così, il desiderio di felicità con cui siamo nati è come se non fosse più.

«Dio ha fatto l’uomo per la felicità, ma l’uomo cerca la morte».4 Cerca la morte perché è l’ultimo a credere nella possibilità di raggiungere questa felicità. Il fatto che preferiamo la morte è una mancanza di amore a noi stessi.5 Insensibilmente scivoliamo in quello che don Giussani accusa nell’intervista apparsa qualche giorno fa: «Non c’è attesa, è come se non si aspettasse più nulla».6 Perciò abbiamo bisogno sempre di un nuovo inizio. Ma questo nuovo inizio non possiamo che domandarlo: non ce lo possiamo dare da noi.

II. L’Essere è misericordia
In questa situazione di debolezza sterminata in cui viviamo, per noi è arrivato il momento di vedere quanto Dio è misericordia. L’unica possibilità per noi è un Altro, è l’intervento di un Altro. Dio, il Mistero, si è rivelato come misericordia entrando nella storia. E noi abbiamo incominciato a scoprirlo.

Un giorno, andando per strada, Gesù ha visto uno che era seduto a raccogliere i soldi, si chiamava Matteo. Matteo era già finito in un fare, ma gli è passato accanto uno che lo ha guardato come nessuno prima, fino al punto da fargli dire: «è a me che sta parlando? Sa chi sono?». Uno sguardo come quello non lo si può dimenticare: ha lasciato tutto e gli è andato dietro. Così è accaduto a Zaccheo: era tutto determinato da quella presenza. E così Simone.

Noi conosciamo il Mistero immedesimandoci nello sguardo con cui è stato guardato Matteo, Zaccheo, Simone. Solo chi fa oggi questa esperienza può capire che cos’è la letizia.

Cosa hanno vissuto questi uomini? Un’esperienza di corrispondenza. Da nessuno erano mai stati guardati così, con quella sterminata positività, con quella stima per il proprio essere: «Era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l’uomo a se stesso».7 Il desiderio di felicità si compie in uno che guarda alla nostra vita così: «La felicità è un reale a cui dici: “Tu”. Ed è apparso in forma umana, è stato scritto dall’amministrazione di Betlemme “sul catasto”, questo è Gesù».8

Cristo è “la” strada, non “una” strada, ma “la” strada, perché corrisponde al nostro desiderio di felicità. È “la” strada non perché lo dici tu o lo dice lui, ma perché è l’unica che corrisponde al desiderio di felicità. Senza il desiderio di felicità io non riconoscerei Chi lo compie: il criterio per riconoscere “la” strada è in noi.

Noi possiamo dire che è “la” strada perché abbiamo avuto questa esperienza. La Chiesa, i dogmi dicono ciò che noi possiamo riconoscere nella nostra esperienza. Se i primi hanno detto: «Abbiamo incontrato la verità», è perché hanno avuto questa esperienza di corrispondenza!

Siccome questo desiderio di felicità, che è il criterio per giudicare tutto, anche Gesù, è uguale per tutti, quando incontriamo ciò che vi corrisponde, non è verità soltanto per noi, ma è verità per tutti: se è per me, è per tutti, se corrisponde al mio desiderio di felicità, corrisponde al desiderio di felicità di tutti, anche se devono ancora incontrarlo.

Il nuovo inizio è essere amati, perché la verità è amore. Abbiamo sempre bisogno di questo essere amati, abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi con verità, che ci abbracci incondizionatamente. «L’esperienza è esperienza dell’amore o non è»,9 dice don Giussani nell’intervista.

Il nuovo inizio è il metodo permanente dell’esperienza cristiana: se non fosse un avvenimento che continua a succedere, noi non saremmo qui, non ci sarebbe il cristianesimo, non ci sarebbe la Chiesa. Il nuovo inizio indica il metodo, il primato di questo avvenimento. «Sei coinvolto in un vortice che accade ora, e che ha una storia, ma la storia riprende sempre hic et nunc, altrimenti non è storia, e non c’è storia».10

Perciò, la natura di Cristo - così come è descritta dai Vangeli e appare nella nostra esperienza oggi - è di far tendere alla felicità. Incontrando Gesù, il suo sguardo, uno non vuole più perdere nulla, desidera di più ciò che ha incominciato ad assaporare: il desiderio di felicità incomincia a compiersi, e questo ci fa tendere di più a Colui che lo compie.

In questa situazione devastata, Cristo si manifesta ai nostri occhi come vincitore, hic et nunc: niente, nessuna situazione lo ferma. Cristo vince, è vittorioso, è il vincitore, è il sole che sorge e splende. Cristo è il vincitore della storia attraverso la dabbenaggine imprudente, attraverso la colpevolezza compiuta, attraverso tutta la confusione: Cristo vince, e noi possiamo vedere con i nostri occhi - se sono semplici - questa vittoria: noi siamo segno della Sua vittoria.

Per questo - diceva don Giussani - il capitolo fondamentale del rapporto del mondo intero con Cristo è il sì di Pietro: «Sì, io ti amo Signore». Ma da dove scatta l’affezione a Cristo che è più grande di tutto - di tutto quello che manca, di tutto il nostro male, di tutti i disastri, di tutte le pedofilie dell’universo, di tutti gli attacchi -, se non dall’opera che Lui fa davanti ai nostri occhi?

«Sì, ti amo», vale a dire: la Tua vittoria sul mondo è tutta la mia vita, e non essendo capace di viverlo, questo amore, fammelo vivere tu, quotidianamente, tutti i giorni a uno a uno, in tutti i rapporti a uno a uno! In questa invocazione, in questa preghiera si riassume tutto il nostro desiderio, tutta la nostra attività, tutta la nostra vita. Perciò navighiamo con questa nostra debolezza sterminata sulla soglia del nulla, ma con un inconcepibile attaccamento a Cristo.

Cristo è la misericordia del Padre, Cristo ci rivela il mistero dell’Essere, ci rivela che l’Essere è carità. Per noi dire “l’Essere” è normalmente un’astrazione: com’è terribile - dice don Giussani - che Colui che fa tutto, che fa la bellezza di tutto, diventi astratto! Perché noi stacchiamo l’Essere dall’opera, dal suo manifestarsi; per noi la realtà è apparenza, non la manifestazione dell’Essere. Il soggetto vero di tutto quello che accade fra noi è la Sua presenza, è l’Essere. E noi, in questi giorni, abbiamo visto l’Essere operare: dunque c’è! È l’Essere, non il nulla! L’Essere c’è.

«Come si fa ad affermarlo? Poiché si riconosce che c’è. C’è! Il Mistero c’è».11 Noi lo diamo per scontato, come un già saputo, ma se è scontato, non è per niente saputo. Perché se uno riconosce l’Essere e non viene colpito, non si trova con l’Essere, si trova con il nulla! Se si trova con l’Essere non può non cambiare, non può non sentire una gratitudine dell’altro mondo, non può non vedere la sua vita accompagnata, abbracciata: Colui che ti fa adesso, l’Essere, c’è. È un giudizio: c’è, c’è, c’è! Non dipende dal tuo temperamento, dal tuo sentimento: c’è! Quando uno riconosce che questo Essere che è carità c’è, viene meno la paura per sempre.

Per riconoscerlo occorre la totalità di noi stessi, perché la fede è il compimento della ragione, esige la totalità della ragione, perciò la totalità di te stesso: occorre che ci sia tu! L’Essere ha bisogno di noi. Può darci tutto, ci dà tutto, ma riconoscerlo dipende da noi (io ti posso dare un regalo splendido, ma non posso anche accettarlo per te, questo devi farlo tu!). Questo dà il tono alla personalità cristiana: esso, infatti, non è dato da quello che manca, ma da quello che c’è: la salvezza presente.

«Si accetta solo ciò di cui si è fatta esperienza», diceva ancora don Giussani nell’intervista. «Ciò che c’è, il mistero che c’è, la realtà dell’Essere, si accetta solo in forza di un’esperienza in cui uno è diventato oggetto di Dio», oggetto della preferenza di Dio. «Dio si sopporta, sopporta se stesso perché è carità». «Ma se non è vissuta come esperienza d’amore si finisce per ancorarsi ad una visione tragica, a comunicare la croce senza che questo sia vivificante. Si finisce per comunicare Cristo e ciò che da lui deriva con un discorso pulito, ma non santificante, perché senza un amore, senza essere presi da quel vortice che è il Mistero-Carità si è alla fine sterili».12 O noi partecipiamo di questo vortice dell’Essere, siamo dentro l’operare dell’Essere, della carità dell’Essere, oppure siamo inutili, sterili, non possiamo essere noi stessi e perciò siamo sterili. «Senza Cristo non c’è nulla di sicuro, saremmo nell’insicurezza assoluta. Invece con Lui il singolo è esaltato. Per questo voglio ricondurre tutto a questo: l’Essere è Mistero. Il Mistero c’è».13

Noi leggiamo e diamo per scontato: «Va bene, il Mistero c’è». Ma abbiamo incominciato a domandarci cosa vuol dire? Noi non riusciamo nemmeno a immaginarlo. «Da parte nostra si può solo imitare il Mistero. Parlo dell’Essere come affermazione di una positività, della positività della vita: è carità. È un Altro che salva [te] e il mondo attraverso una cosa nuova fatta nascere nella storia. L’Essere! Tutto fuoriesce dal flusso dell’Essere. Senza Cristo uno si sente disperso in se stesso, inedito, incapace di focalizzare la realtà, incapace anche solo di scorgere con nitore qualsiasi bellezza durevole».14

III. Il destarsi della speranza
In chi riconosce e partecipa di questa Presenza non può non destarsi la speranza. La speranza è la parola che viene dopo la misericordia: uno che si sente amato, incomincia a sperare. Il punto nella storia dove questo è iniziato è la Madonna, il punto in cui il Mistero si rende sperimentabile come carità, perché nel suo ventre si è germinato il cuore di Gesù, il fiore di Gesù. Perciò, come don Giussani ha detto nel suo intervento al Meeting di Rimini, la Madonna è «di speranza fontana vivace».15 Lei è la fonte della speranza perché è la fonte di Gesù: Gesù è la speranza della vita.

«Pietro ne aveva fatte di tutti i colori, eppure viveva una simpatia suprema per Cristo (...). Cristo era la fonte, il luogo della sua speranza. Cristo rimaneva, attraverso le nebbie di quelle obiezioni, la fonte di luce della sua speranza. (...). La nostra speranza è in Cristo, in quella Presenza che, per quanto distratti e smemorati, non riusciamo più a togliere dalla terra del nostro cuore»:16 possiamo cadere mille volte, sbagliare mille volte, ma niente, nemmeno noi stessi, riesce a togliere dalla terra del nostro cuore Gesù, l’attaccamento a Gesù.

«Allora viene un fiotto dal fondo di noi, come un respiro che salga dal petto e inebrii tutta la persona e la faccia agire, la faccia desiderare. Scatta dal fondo del cuore»:17 si ricomincia, è un nuovo inizio, si apre la possibilità, si ridesta la speranza. Questo cambiamento che accade in noi appartiene all’avvenimento che Lui è. E Cristo, cambiando noi, incomincia a cambiare la società. Qui è l’inizio della fine: cambiando noi, Cristo incomincia a cambiare il mondo. Perciò quello che viviamo è anche la speranza per tutti.

IV. L’unità
L’essere partecipi di questa misericordia è la radice dell’unità tra di noi. Siamo uniti non perché bravi, non perché non abbiamo difetti; siamo uniti perché abbiamo una radice comune: l’essere partecipi di questa misericordia. L’unità nasce da questa radice. La mia salvezza accade in un luogo, in questa unità, in questa comunione; la mia salvezza passa dunque per l’appartenenza a questa unità, a questo luogo concreto. Fuori di questa unità siamo niente, anche con tutta la nostra genialità: un soffio e siamo spazzati via! Perciò il cammino verso la felicità, in questo nuovo inizio che riaccade sempre, è possibile soltanto se abbiamo la semplicità di appartenere.

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