Intervento di don Julián Carrón al XXIV Congresso Eucaristico Nazionale - Julián Carrón

Intervento di don Julián Carrón al XXIV Congresso Eucaristico Nazionale

Julián Carrón Intervento

5/27/2005 - XXIV CONGRESSO EUCARISTICO NAZIONALE

Se dell’eterne idee
l’una sei tu, cui di sensibil forma
sdegni l’eterno senno esser vestita,
e fra caduche spoglie
provar gli affanni di funerea vita…
Il genio di Leopardi ha espresso in questi versi della poesia Alla sua donna il vero desiderio dell’uomo: che il Mistero diventi compagno. Nel rapporto con la donna si rende palese all’uomo la natura propria del suo io. Nessuna altra realtà come la donna desta nell’uomo il desiderio di totalità di cui il suo io è costituito. Quanto più bella è la donna, quanto più determinante è la sua presenza per la propria vita, tanto più si desta il desiderio della Bellezza, col B maiuscolo, il desiderio d’incontrare quella Bellezza in grado di rispondere a quel desiderio di totalità che l’amore alla donna fa intuire e a cui fa anelare. Attraverso quella che Leopardi chiama «sublimità del sentire» si rende evidente a noi il «misterio eterno dell’esser nostro».

«“Se dell’eterne idee/ l’una sei tu”: questo è il grido naturale dell’uomo, è il grido dell’uomo che la natura ispira, è il grido, la preghiera dell’uomo a che Dio gli diventi compagno» (L. Giussani, Le mie letture, BUR, Milano 1996, p. 30).

Ma diversamente da quanto credeva Leopardi, il Mistero, la Bellezza non ha sdegnato rivestire l’«eterno senno» di carne umana, né «provar gli affanni di funerea vita», ma è diventato Uomo. Così è diventato compagno dell’uomo, e questo è proprio il desiderio di ogni uomo. Perciò chi Lo incontra trova quel «tesoro» di cui parla il Vangelo e che vale più di ogni altro bene. San Paolo è un buon esempio di cosa succede nella vita quanto uno incontra Cristo:

«Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3, 7-8).

Il Mistero è entrato nella storia, si è rivestito di «sensibil forma» per rispondere a quella esigenza di trovare quella Bellezza senza la quale, come diceva Dostoevskij, gli uomini sarebbero disperati. «Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande, essi non potrebbero più vivere e morrebbero in preda alla disperanza» (Cfr. F.M. Dostoevskij, I demoni, Garzanti, Milano 1990, vol. II, pp. 709).  Noi siamo testimoni oggi della portata del dramma di chi si rifiuta di accogliere l’infinitamente grande, fino a che punto l’uomo muore soffocato nel suo limite e soccombe alla disperazione.

Per riaprire la porta d’ogni uomo, chiusa dal peccato che ha lasciato fuori il Mistero, Gesù ha dato la vita, l’ha data per noi. La sua passione e morte testimoniano fin dove è arrivato l’amore di Dio per l’uomo. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). Con la sua vittoria sulla morte per la risurrezione, Gesù è entrato nel mondo definitivo, dove la morte non ha più nessun dominio su di Lui, e perciò può rimanere compagno per sempre della nostra vita.  «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Memoria di questo è l’Eucaristia.

«L’intero Triduum paschale  (…) è come raccolto, anticipato, e “concentrato” per sempre nel dono eucaristico. In questo dono Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa “contemporaneità” tra quel Triduum e lo scorrere di tutti i secoli» (Ecclesia de Eucaristia 5). Nell’Eucaristia, dunque, «l’unico e definitivo sacrificio di Cristo si rende sempre attuale nel tempo» (Ecclesia de Eucaristia 12).

Per rendersi presente nell’Eucaristia Cristo si serve della “povertà” dei segni sacramentali: pane e vino. In questo modo è ancora più evidente come il Mistero – diversamente da quello che pensava Leopardi – non ha sdegnato di identificarsi con la forma sensibile, in questi doni. «Nell’offerta di Cristo – scriveva anni fa don Giussani –, la realtà carnale, il pane e il vino, diventando mistero della fede – cioè il corpo e il sangue del Verbo incarnato –, letteralmente coincidono con il Mistero del Figlio di Dio. Il Mistero coincide con il segno: dove questa suprema e adorabile unità, che si può affermare solo con timore e tremore – il Mistero si identifica con il segno, e così il segno, la realtà sensibile, la carne e le ossa non sono contro lo spirito –, dove questo avviene al sommo se non nell’Eucaristia» (L. Giussani, «Eucaristia: la grande preghiera», in Litterae Communionis-Tracce, maggio 2005, pp.1-7).

Ma nella povertà di questi doni colui che viene incontro all’uomo è lo stesso Cristo. Infatti attraverso di essi ci offre quella novità che è Lui stesso: «Ogni volta che il Figlio di Dio si ripresenta a noi nella “povertà” dei segni sacramentali, pane e vino, è posto nel mondo il germe della storia nuova» (Ecclesia de Eucaristia 58). È, dunque, la libertà di Dio che mi raggiunge attraverso i segni sacramentali e, perciò, chiama la mia libertà a rispondere. Niente di più lontano dal ripetersi di un meccanismo. È il dramma del rapporto tra Cristo e l’uomo, che si riaccende ogni volta che ognuno si avvicina consapevolmente, come un medicante, a partecipare nel banchetto eucaristico.

In questo modo Cristo sfida ogni volta la libertà dell’uomo, che è chiamato ad accogliere il dono di Cristo stesso per poter vivere. Ben consapevole che la sua vita può compiersi solo nella accoglienza dell’infinitamente grande, l’uomo si trova davanti alla vera scelta: accogliere o rifiutare Colui che lo compie e che gli viene incontro attraverso la povertà di quei doni. «Il sacramento è realmente il gesto divino di Cristo risorto che batte alla porta della personalità, la urge, a meno che sia l’uomo a non volerlo accogliere, allora esso si arresta alla soglia» (L. Giussani, Perché la Chiesa, Rizzoli, Milano 2003, p. 250). «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). «O sacramento dell’amore di Dio! – esclama Sant’Agostino – Chi vuole vivere ha dove vivere, ha di chi vivere. Si accosti, creda, sia unito al corpo di Cristo per divenire vivo» (In Io. Ev. tr. 26.23).

Se nella semplicità del cuore l’uomo si lascia vivificare dal corpo e sangue di Cristo, diventa una sola cosa con Lui. La sua unione con Cristo, insieme alla unione degli altri che, come lui, si sono avvicinati da mendicanti a lasciarsi riempire della Sua ricchezza, genera quella comunione che è la testimonianza più grande della potenza e della verità di Cristo. In questo senso l’Eucaristia genera la Chiesa. La pienezza di vita che Lui comunica e della quale rende partecipe è l’origine di quella unità che incominciò a abolire le grande divisioni del mondo antico: «Non c`è più Giudeo né Greco; non c`è più schiavo né libero; non c`è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 28). Perciò la comunione cristiana desta lo stupore. «La comunione cristiana – scrive J.A. Möhler – è un continuo miracolo dello Spirito divino, una continua dimostrazione della sua presenza e della sua opera diretta; ne è, anzi, la dimostrazione più toccante per chi è sensibile a ciò che è veramente grande ed elevato» (J.A. Möhler, L’unità nella Chiesa, Città Nuova, Roma 1969, p. 221).

Questa comunione, che ha come sorgente inesauribile la sua Presenza, diventa così il luogo che rigenera la vita, il luogo dove ognuno può sperimentare una novità di vita che lo rende veramente un «uomo nuovo». Perché «non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura» (Gal 6, 15). È questa novità della creatura che testimonia Cristo. Così Cristo, ancora una volta, non disdegna di identificarsi con una «sensibil forma» per proseguire dall’interno della storia il dialogo con l’uomo.

Mettendo davanti a tutti la pienezza del vivere di chi L’accoglie – perché, come ci ha ricordato Benedetto XVI in piazza San Pietro il 24 aprile, a chi Gli apre la porta «Egli non toglie nulla, e dona tutto» –, Cristo continua a sfidare il desiderio di Verità, di Bellezza, di Giustizia che rimane nel cuore d’ogni uomo, magari sepolto sotto tante macerie. Così Cristo continua a mendicare, attraverso l’unica forma adeguata alla natura corporale dell’uomo (come intuì genialmente Leopardi, la «sensibil forma»), la nostra libertà per compierla, cioè per attrarla così potentemente – come solo la forma sensibile può fare – in modo da salvarla.

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