Comunicare un'esperienza. La questione decisiva dell'educazione - Julián Carrón

Comunicare un'esperienza. La questione decisiva dell'educazione

Julián Carrón Tracce

3/1/2006 - Tempo di educare

Proponiamo alcuni brani di una conversazione di don Julián Carrón con un gruppo di insegnanti di Comunione e Liberazione. Milano, 29 gennaio 2006. La trascrizione integrale è sul sito www.tracce.it

Intervento. Insegno in una classe dello Scientifico a Prato. Ho iniziato l’anno molto colpita da questo testo: Qualcosa dentro qualcosa. Mi sembra però - io insegno italiano e latino - che aiutare i ragazzi alla scoperta di questo «Qualcosa» non sia semplicemente un partire dai testi insegnando la letteratura o insegnando il latino: occorre un’immedesimazione di me con i testi e con quello che insegno. Questo riecheggia quello che diceva don Giussani nel testo di Natale: «La missione è l’immedesimazione con gli altri di quella immedesimazione con Cristo che sono io»1. Questo mi ha rimesso in moto, anche se permane il sentimento che tale immedesimazione sia in fondo impossibile, perché quello che io penso sta sempre nel mezzo. Nella mia scuola, dove insegno da sette anni e ho una stessa classe da cinque, sono anche un punto di riferimento per tanti aspetti, ma ho sempre come una grande ferita, perché mi sembra che vi sia una impossibilità di immedesimazione con l’altro - come se tutto quello che penso restasse comunque nel mezzo - e di immedesimazione con Cristo. Julián Carrón. Ti ringrazio, perché questa è una questione assolutamente decisiva. Non so se capite ciò che è in gioco. Lei si rende conto che, in fondo, quello che può trasmettere ai ragazzi - ed è già molto - è la sua immedesimazione con i testi. Noi, cioè, possiamo trasmettere solo la nostra esperienza, quella vibrazione ineffabile e totale davanti alle cose, alle persone o ai testi, che viviamo. Ma proprio questo le sembra impossibile, perché, lo ha detto molto bene, quello che pensa resta sempre nel mezzo: è come se, a un certo punto, uno si rendesse conto che tra l’io e il testo (come tra l’io e l’altro) c’è di mezzo un muro che impedisce che il testo (o l’altro) lo colpisca. Perché accade questo? Perché noi non siamo un io astratto, siamo un io storico, che ha tutto un insieme di preconcetti. Perciò uno si domanda: «Ma questo che ho davanti, per esempio questo testo, mi tocca veramente?». Il problema mi riguardava da vicino quando facevo il professore di Sacra Scrittura, un testo - ne converrete - piuttosto importante, così che ho dovuto pensarci a fondo. Tutto il cammino della modernità rispetto alla Sacra Scrittura è stato caratterizzato da questo problema, soprattutto a partire dalla sfida protestante. Faccio un riassunto breve, perché mi interessa aiutare a capire il problema così come tocca tutti e del quale la maggioranza forse non si rende neanche conto. La Chiesa ha sempre detto che occorreva avvicinarsi alla Scrittura nel contesto della tradizione. A un certo momento, appare un novum assoluto: sola scriptura, cioè Lutero afferma che l’unica possibilità di avvicinarsi alla Scrittura, alla Bibbia, è il puro testo, perché la tradizione non può trasmettere la sua verità; essendo peccatori, non possiamo, non riusciamo a trasmetterla. Dove è rimasta la bellezza dell’origine, la freschezza dell’origine? Solo nella Scrittura, perché, per ispirazione dello Spirito Santo, agli autori sacri è stato dato di trasmettere nel testo quello che Gesù aveva vissuto e testimoniato. Tutto il tentativo della modernità si gioca qui. Inizialmente Lutero pensava che bastasse questo, sola scriptura, la claritas scripturae, per consentire a ognuno, al singolo, di entrare in rapporto immediato e diretto con la bellezza della Scrittura. Non si rendeva conto che quando leggeva la Scrittura, la leggeva egli stesso nel solco e nel contesto della tradizione, poiché accettava per esempio i grandi Concili del quarto secolo: Nicea, Calcedonia, ecc. Ora, quando dalla Riforma si passa all’Illuminismo, quel sola scriptura diventa sola ratio. Siamo, infatti, nel clima del razionalismo, la ragione diventa misura, e tutti cercano di avvicinarsi alla Scrittura con questo nuovo criterio: la ragione come misura. «Non abbiamo bisogno di niente, abbiamo un solo ultimo criterio: la ragione». Solo un metodo nato da «questa» ragione è allora ritenuto abbastanza scientifico per cogliere veramente quello che è successo all’origine dell’avvenimento cristiano, senza l’influsso della tradizione - poiché la tradizione è stata fatta dai cristiani, che in fondo hanno trasmesso quello che avevano in testa -. Se l’unica autorità riconosciuta diventa la ragione, una ragione come misura, si può accettare solo quello che proviene da un metodo impostato secondo questo concetto di ragione. Così, con tutti i metodi letterari, filologici, archeologici, ecc., si è cercato di controllare l’influsso della tradizione e di arrivare veramente al testo. Appaiono storicamente a questo punto tutti coloro che cercano di scrivere la vita di Gesù secondo tale nuovo concetto di ragione e il metodo storico-critico conseguente. Siamo così a Schweitzer - citato nella Scuola di comunità -, che fa il resoconto di tutta questa ricerca. Quello che da essa viene fuori è tuttavia che ognuno, con lo stesso metodo, che doveva essere il metodo «scientifico» e «obiettivo», arriva a una immagine diversa di Gesù. Il tentativo di evitare il soggettivismo e di arrivare a un risultato oggettivo è fatto fuori dalla stessa ricerca, senza alcuna interferenza di Roma, del Sant’Uffizio: la stessa ricerca deve arrendersi all’evidenza che non è in grado di arrivare a un’immagine di Gesù assolutamente scientifica e oggettiva. Ognuno, con lo stesso metodo, arriva a conclusioni diverse. Questo vuol dire che, quello che si voleva controllare, di fatto non è possibile controllarlo, perché c’è sempre il soggetto che usa il metodo e in fondo è soltanto questa disposizione del soggetto a determinare il metodo. È il problema dell’ermeneutica moderna, come sapete meglio di me. L’ermeneutica è il riconoscimento dell’importanza del soggetto nel rapportarsi al testo: non posso prescindere dal soggetto nel rapporto col testo, la presenza del soggetto è ineliminabile. Ecco allora la domanda posta da lei all’inizio: se io non la posso eliminare - perché appartengo a una tradizione, perché il soggetto che usa il metodo appartiene a una tradizione, così che ha tutto un insieme di cose che determinano il suo modo di rapportarsi al testo -, quando leggo la Scrittura, leggo solo qualcosa che ho già dentro di me? Posso attraversare il muro di questi preconcetti o, quando leggo, ritrovo soltanto quello che ho dentro? È il problema di quella impossibilità di cui lei ha parlato. Quando leggiamo la Scrittura alla mattina o quando facciamo silenzio, ascoltiamo qualcosa di più di quello che abbiamo dentro o in fondo ascoltiamo noi stessi? Oggi assistiamo spesso alle conseguenze grossolane di questo problema, quando non è adeguatamente colto e affrontato. Quante volte in Chiesa viene letto il racconto del Natale, la nascita di Gesù, un evento storico, e sentiamo parlare un minuto dell’evento e venti minuti della solidarietà o della povertà? Perché? Perché il cristianesimo è stato ridotto a etica. Il testo in realtà diviene pretesto per dire quello che uno ha dentro. Quello che è successo, di cui il testo rende conto, è in realtà l’occasione per parlare di un’altra cosa. In fondo, il testo è come se fosse impossibile raggiungerlo; è come se fosse impossibile lasciarsi colpire da esso; si dice quello che si ha già in testa. Potrei aver letto il testo del Natale o un testo indù, o il giornale, alla fine è lo stesso, perché in fondo dico quello che avevo già in mente. Ma, se è impossibile entrare in rapporto col testo, è tutto inutile. Ratzinger, in un articolo famoso, poneva la questione: alla fine, quando noi ascoltiamo la Scrittura, ascoltiamo qualcosa al di fuori di noi stessi? Questo è il grave problema, che ci rimanda alla vera questione: siccome io ho influsso sul testo, la reale questione è chi ha influsso sul mio soggetto in modo tale da aprirlo al testo. E qui ci viene incontro di nuovo il problema della tradizione. Senza un avvenimento presente che apra la ragione, che faccia un buco nel muro e apra la ragione in modo tale da farla entrare nell’evento di cui parla il testo, non capiamo. È vero quello che veniva accusato prima: è impossibile immedesimarsi col testo, se uno non partecipa all’avvenimento presente che gli consente di fare l’esperienza che poi ritrova nel testo. Dal punto di vista dell’educazione, questo è decisivo: o noi partecipiamo a un evento presente che continuamente, permanentemente, ci apre e riapre ogni volta di nuovo - un evento che riguarda la totalità dell’io, in modo da poter trasmettere all’altro quella commozione ineffabile e totale che viviamo -, o non c’è niente da fare, trasmettiamo soltanto noi stessi e i nostri pregiudizi. Solo partecipando all’esperienza umana di cui parla il testo, io posso trasmetterla. La trasmetto, non soltanto perché leggo il testo, ma perché c’è un avvenimento presente che mi consente di fare quell’esperienza, che mi permette di entrare nel significato del testo e comprenderlo. L’unica possibilità è avere col testo quella sintonia umana che me lo fa capire, altrimenti lo riduco, come succede la maggior parte delle volte, alla mia misura, ai miei pregiudizi, a quello che ho in testa. La questione decisiva dell’educazione è allora partecipare a un luogo assolutamente vivo, dove ciò di cui parliamo accade; altrimenti potete fare tutti gli sforzi che volete, ma trasmetterete solo quello che avete in testa. Mi sono dilungato un po’, ma è importantissimo capire questo: la maggioranza non si rende nemmeno conto del problema e quindi del bisogno che ha di partecipare a un luogo dove quello che diciamo riaccade in continuazione.

Intervento. Insegno in una scuola superiore statale, che, negli ultimi anni, è stata travolta dai vari tentativi di riforma. All’inizio siamo diventati scuola pilota della riforma Berlinguer e abbiamo cambiato tutto; poi, dall’anno scorso, siamo diventati scuola pilota della riforma Moratti; adesso, preparandoci a quello che alcuni suppongono sarà il nuovo governo, stiamo togliendo tutti i riferimenti a «la riforma Moratti», per essere pronti a quello che accadrà. Tutte queste trasformazioni sono state spesso subite dai miei colleghi, per cui c’è un clima di scetticismo: anche l’impeto dei miei colleghi di sinistra, che avevano fatto propria la riforma Berlinguer, quando è caduto il governo e hanno visto la sconfitta politica, si è trasformato in un totale disimpegno. L’idea è: non vale la pena impegnarsi. Un mio collega dice sempre che solo io penso che quella sia una scuola, mentre in realtà è un parco giochi per adolescenti apatici, per cui non vale la pena fare qualcosa. Questa è la situazione in cui vivo e di cui mi sono tante volte lamentata. I miei amici mi hanno sempre detto: «Stai lì», e io mi domandavo che cosa ci stavo a fare, per fare che cosa. Per di più sono capitata a insegnare Italiano in un liceo della comunicazione e del marketing, non sapendo nemmeno che cosa vogliano dire queste parole. Mi sono trovata spiazzata: «Ma che cosa sono qui a fare? Non so neppure che cos’è una strategia di marketing, tutta la scuola è piegata solo sulla questione economica e io non c’entro niente». Invece, proprio questo non c’entrarci niente mi ha fatto capire che il problema fondamentale era: chi sono io. Chi sono io dentro queste materie così nuove e così strane che mi hanno costretta a un cambiamento? Ho cominciato a prendere sul serio quello che avevo davanti, ho chiesto a chi ne sapeva più di me, ho chiesto agli amici, ho cercato di andare al fondo di quello che veramente avevo di fronte. Sono diventata quasi una esperta di marketing, comunque ho cominciato a fare cose per le quali provavo un gusto, e ho trascinato anche colleghi e studenti, facendo progetti interessanti, almeno come prospettiva. Che cosa ho capito? Che parlando di marketing non si poteva non parlare di educazione e che prendere sul serio quel pezzo di realtà, che mi era così estranea, mi ha suscitato la domanda «perché», «chi sono io», «perché insegno». La conseguenza è stata che un gruppetto di miei colleghi ha cominciato a leggere con me Il rischio educativo. Prendere sul serio la riforma vuol dire questo?

Carrón. Prendere sul serio la riforma è prendere sul serio il tuo io nella scuola, altrimenti la scuola diventa la tua tomba, con Berlinguer o senza. Alla fine, di quello che hai raccontato, qual è stato il punto decisivo? La tenacia di rimanere, per quello che vivevi con noi nel movimento. Ma la decisione nessuno ce la risparmia, come non è stata risparmiata a te: hai dovuto fare i conti con quella situazione. Uno può dire: «Non c’è niente da fare, ho tutte le ragioni per andarmene». Puoi sentirti giustificata nel tuo disimpegno per mille ragioni, anche decidendo una cosa assolutamente irragionevole (perché tu sei chiamata lì). La questione è se quella circostanza della tua vita diventa l’occasione per andare fino al fondo di te stessa, del reale. Soltanto quando uno si apre a questo, comincia a muoversi, la sua ragione comincia a muoversi in un modo assolutamente diverso. Uno comincia a chiedere a chiunque e a scoprire delle cose che diventano interessanti. Chi non accetta questa sfida del reale è sconfitto. Non mi interessa adesso l’aspetto morale, mi interessa che di fatto uno può essere in una circostanza senza nessuna apertura a verificare qual è la vittoria di Cristo che passa attraverso il suo sì, che lo impegna lì dov’è. Starci non è per niente automatico, a noi non viene risparmiata la libertà di accettare e di decidere. Occorre fare tutto il percorso nei particolari fino ad arrivare lì, e allora uno vede che tutto nella scuola dipende dal fatto che ci siano dei professori che non si arrendono, pur con mille giustificazioni, di fronte a quello che si trovano davanti. Questa è la sfida, per noi e per gli altri. La questione, in fondo, è se vince anche in noi lo scetticismo che vediamo in giro oppure no. Il tema della lotta è la verifica della fede, cioè se c’è qualcosa, oggi, nel reale, che ci consente di ripartire in continuazione, qualsiasi sia la circostanza, oppure se le circostanze sono più potenti di Cristo, se l’impossibilità di cui si parlava prima è più potente della potenza di Cristo che ci riapre. La sfida non è rappresentata soltanto dalla scuola, che è un particolare della vita; per un altro sarà il lavoro o la malattia: è lì dove noi facciamo veramente la verifica di chi è Cristo. Questo, in ogni circostanza, ha il suo percorso e nessuno lo può saltare: soltanto se uno lo accetta, vede quello che hai visto tu, e può guardare ai ragazzi che ha davanti con una speranza negli occhi. Ma deve essere una speranza che è in te. Se non è in te, poverini! Alla fine io auguro agli studenti di incontrare delle persone che vivono una speranza, perché il problema dei ragazzi è il problema nostro.

Intervento. Insegno in un istituto professionale statale. Mi accorgo che, più si va avanti nel cammino, più la questione educativa si fa vertiginosa e l’aspetto del rischio rilevante. Anzi, viene fuori che è il modo con cui Dio ci converte a Lui, alla Sua presenza come Mistero, e non come piano nostro. Un aspetto che ultimamente mi provoca è che questa questione implica, come mi sembra dire Il rischio educativo, un “trapassare” l’accento con cui uno percepisce le cose per fare emergere la realtà, quindi la verità, perché soltanto l’emergere della realtà può risvegliare l’io come oggettiva curiosità del vero. Mi sono sentita improvvisamente richiamata a questo perché, dopo tanti anni che avevo la responsabilità ultima di Gs, mi sono trovata affiancata da un’altra persona e mi sono accorta del fatto che, pur animati da intenzioni buone, noi rischiamo di tenere tutto talmente in mano da scivolare in una impostura che si traduce poi in atteggiamenti, formule, modalità. Per fortuna che Dio nella sua misericordia continua a essere Dio. La questione che volevo porre riguarda questo “trapassare” l’accento: perché è anche evidente il fatto che uno non può vivere pienamente se è in una sospensione o in un dubbio su di sé. Mi ha sempre colpito e sorpreso il fatto che don Giussani si sia donato a noi, abbia riversato tutta la sua vita nella nostra, fino alla sensibilità particolare che lo ha caratterizzato, senza renderci schiavi di questa sua percezione. Mi sono resa conto che, se noi non giochiamo la coscienza che ci è stata data e che non è nostra, lì dove Dio ci chiama, è allora che rendiamo gli altri e noi stessi schiavi della nostra provvisoria percezione della realtà, della nostra misura, mentre invece trapassare l’accento vuol dire giocare la coscienza di un altro dentro le cose. Questo salva e potenzia il nostro io, altrimenti ci si inaridisce, si perde il gusto della verità, della alterità anche propria. Giocare il nostro io secondo la coscienza di don Giussani è l’unica possibilità che il nostro io diventi cammino per altri.

Carrón. L’unica questione, se ho capito bene, è come arrivare a sapere qual è la coscienza di don Giussani in modo tale che non sia ideologico questo “trapassare”. Tu puoi soltanto “trapassare” questo accento partecipando a un luogo dove puoi fare esperienza di quello di cui faceva esperienza don Giussani, in modo tale che non trasmetti solo concetti di don Giussani, ma quella commozione che don Giussani ha vissuto. Benedetto XVI, nella Enciclica, dice a un certo momento una cosa molto bella (è proprio quello che noi abbiamo imparato da don Giussani): «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito». La novità «non consiste in nozioni astratte, ma nell’agire imprevedibile e in certo senso inaudito di Dio. Questo agire di Dio acquista ora la sua forma drammatica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio stesso insegue la “pecorella smarrita”, l’umanità sofferente e perduta». La questione è proprio questa: anche tu, questa impostazione di don Giussani puoi trasmetterla non come una nozione astratta, ma partecipando alla stessa esperienza cui lui ci ha introdotto, in modo tale però che questa esperienza non sarebbe la stessa se tu non avessi partecipato alla sua. A me viene sempre in mente quella frase che don Giussani dice in Un caffé in compagnia: «Uno sguardo che dà forma allo sguardo». Noi ci siamo incontrati con uno sguardo: lo sguardo di Cristo che ha dato forma allo sguardo di don Giussani. La questione è che questo sguardo incontrato in don Giussani deve dare forma al nostro sguardo, in modo tale che le persone, incontrandosi con esso, incontrino quello sguardo cui don Giussani ci ha introdotto. Per questo non può accadere come dicevi tu una sospensione, non c’è, non può esserci, altrimenti non trasmettiamo nulla. Quello che ha introdotto Gesù è questo momento drammatico. «Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, non riceviamo il cristianesimo come un discorso, ma veniamo coinvolti nella dinamica della Sua donazione». Nel darsi di Cristo, noi veniamo coinvolti; nel darsi di don Giussani noi siamo stati coinvolti; non vediamo le cose dall’esterno, ma partecipiamo all’evento che genera il nostro io, siamo «presi». È tutto qui: noi a un certo punto siamo stati presi da qualcosa d’altro, «presi da questa presenza, da ciò che è accaduto, la presenza di ciò che è accaduto»2. Non è una sospensione, è l’essere presi da qualcosa d’altro e, per essere presi, bisogna che questo qualcosa sia presente, reale: nessuna attrattiva può prendermi, se non è un avvenimento presente. Chi dice che questo è astratto, non ha capito, perché questa modalità con cui il Mistero si immedesima con il nostro niente, questa «tenerezza», dice don Giussani, «è un milione di volte più acuta, più penetrante dell’abbraccio di un uomo alla sua donna». Altro che astratto, altro che sospensione, è essere coinvolti nella sua donazione, come dice il Papa. «Queste cose non si comprendono ragionando, ma guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza»3. È guardando l’esperienza che comprendiamo le parole. Ritornando alla questione dell’inizio, non è ragionando, con i giochi dei miei pensieri, ma partecipando alla esperienza e guardando questa esperienza, che capisco le parole: «guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza cui si vuole accennare. Bisogna guardare questa parola - tenerezza - all’interno della coscienza di questa identità tra me e Te, di Te con me, meglio, all’interno della coscienza di questo avvenimento che si è insediato in me, di questo Tu che sei me». Partecipare a quello che ci ha detto Giussani è partecipare a questo; se restano soltanto le parole, noi con le parole tradiamo quello che abbiamo incontrato, perché con don Giussani possiamo fare quello che i protestanti hanno fatto con la Scrittura: parole, parole, parole. Occorre partecipare a quello che dicono le parole, perché quello che dicono le parole è un avvenimento che si è insediato in me. Questa è l’unica possibilità di trasmettere quello che ci diciamo, nella scuola e ovunque. Senza questo, prima di tutto uno non respira nella situazione, e poi non si muove. Invece questo ci consente una apertura a 360 gradi a qualsiasi mossa, degli altri o nostra, senza paura, senza preconcetti o schematismi, perché tutto diventa occasione di verifica. Uno che vive l’esperienza di questo avvenimento può andare ovunque, perché tutto il buio intorno non può far fuori la luce che ha dentro. Questa è la questione: l’educazione è proprio trasmettere quello «che si è insediato in noi, questo Tu che sei me». Altro che schiavi delle misure!

Note
1 Cfr. L. Giussani, «Il Natale: mistero della tenerezza di Dio», Tracce - Litterae Communionis, n.11 - dicembre 2005, p. 4.
2 Ibidem.
3 Ibidem.

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